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Liszt e Borodin sotto le dita di Michele Campanella: successo al Petruzzelli

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Atmosfera e pubblico delle grandi occasioni per il concerto di mercoledì 10 giugno al Teatro Petruzzelli di Bari. A esibirsi sul palcoscenico il pianista Michele Campanella, diretto da Stanislav Kochanovsky.
 
La scelta del repertorio non poteva non ricadere su Franz Liszt – Campanella ha infatti pubblicato un libro dal titolo Il mio Liszt. La serata di apre dunque con il Concerto n. 2 per pianoforte e orchestra. Si tratta di un’opera che se da un lato ripropone pienamente la scrittura altamente virtuosistica lisztiana, quella da “animale da palcoscenico”, dall’altro introduce quelle prime inquietudini che condurranno il Liszt maturo alla revisione dei propri stilemi stilistici – tant’è che Wagner definì questo concerto “apoteosi della macabrezza”. Campanella si trova perfettamente a suo agio nella estrosa libertà inventiva di queste pagine: dai passaggi più spericolati, che domina con un controllo del gesto impeccabile a quelli più umbratili in cui trasforma il suono in ricerca di una dimensione superiore. In tutto ciò assecondato dalla bacchetta di Stanislav Kochanovsky, magnifica sorpresa della serata. Il direttore pietroburghese conduce con vigore e piglio deciso senza mai però perdere eleganza di suono e fraseggio – molto buona la prova dell’Orchestra del Teatro, i fiati davvero convincenti, in particolare il clarinetto di Michele Naglieri.
 
Si prosegue con la Totentanz, parafrasi sul Dies irae per pianoforte e orchestra. Liszt, ammirando il grande affresco del Trionfo della Morte nel Camposanto di Pisa nel 1838, ebbe l’idea d’una composizione in cui una melodia legata all’idea della morte, la sequenza gregoriana del Dies irae, desse vita a un concerto per pianoforte e orchestra di tipo completamente nuovo. Ne iniziò la composizione che durò per oltre vent’anni – la prima esecuzione ebbe luogo il 15 aprile 1865 all’Aja. Il trattamento dello strumento va oltre il virtuosismo, che c’è ma non è esibizione, serve a ottenere varietà ritmica e colore timbrico inconsueto, raggiunto pure con effetti percussivi e sfruttamento delle zone estreme della tastiera – e ancora una volta Campanella domina l’impervia parte ed emoziona la sala. Anche il dialogo tra pianoforte e orchestra si sviluppa in combinazioni inconsuete, ora quasi cameristiche ora di piena sonorità, e l’intesa fra solista e direttore è impeccabile.
 
Scroscio di applausi e richiesta di un bis – concesso un sublime terzo Momento musicale di Schubert. Una raffinata scelta di programma prevede, nella seconda metà, un’opera meno nota al grande pubblico, la Sinfonia n. 2 di Aleksandr Borodin. La sua gestazione si protrasse dal 1869 al 1876, proprio mentre Borodin iniziava la composizione del Principe Igor (e infatti utilizzò parte del materiale musicale abbozzato e non utilizzato nell’opera nella Sinfonia). Il primo movimento rappresenta un raduno di combattenti russi, aprendosi immediatamente col tema principale, quasi chiamata alle armi, per proseguire con un secondo tema in cui Borodin intreccia nobiltà e tenerezza – e qui Stanislav Kochanovsky si conferma fine cesellatore. Il terzo movimento Andante è una bylina, l’antica narrazione epica di origine slava, in cui l’arpa è accompagnata dagli archi che a loro volta sono il tappeto musicale del corno, pensato dallo stesso compositore “come la voce leggermente tremolante di un vecchio narratore”. Il Finale, unanimemente considerato una festa popolare, si basa su una figura agile e gioiosa – l’Orchestra compatta e precisa.
 
by Stefania Gianfrancesco