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Debut with La Verdi in Milan

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Due colossi dell’Ottocento, figure speculari e per certi versi complementari, si sono affacciati al 9° concerto EXPO presso l’Auditorium di Largo Mahler (giovedì 25 e domenica 28 giugno); bacchetta consegnata a Stanislav Kochanovsky e archetto con violino (e che violino, signori, quello Stradivari 1690!!) a Vadim Gluzman, per il Concerto per violino e Orchestra in Re magg. op 35 di P.I. Ciaikovskie la Sinfonia n. 1 in Do min. op 68 di J. Brahms.

Due compositori protagonisti di sfaccettati giudizi da parte dei contemporanei: il primo, vituperato dall’autorevole Hanslick, proprio per questo Concerto confrontato con il quasi coevo dell’amato amburghese, consegna alla letteratura violinistica un pezzo tecnicamente “impossibile” e impervio, tanto da passare dalle dita del dedicando e rinunciatario Auer a quelle del più coraggioso Brodsky; il secondo, esitante all’infinito per l’immane e gravosa autoconvinzione di “postumo continuatore del genio beethoveniano”, si rode per oltre vent’anni prima di consegnare il suo esordio nel campo dellaSinfonia, salutata da Bulow come la Decima del compositore di Bonn.

Oggi, fortunatamente distanti dalle contingenze storiche e dalle diatribe estetiche, ricchi di letteratura interpretativa, non possiamo che sbrigliare gli assunti teorico-linguistici e rabbrividire d’emozione dinnanzi ai due capolavori.

Recepito nella sua pur evidente peculiarità di brillantezza nei colori, di esagerata libertà emotiva, di eccessiva acrobazia virtuosistica, il Concerto ciakovskiano si è affrancato dalle offese musicali secondo le quali “… il violino viene strapazzato, fatto a pezzi, battuto a sangue…” (E. Hanslick) e consegna all’interprete un malloppo rigurgitante di note (a suo tempo orrendo, oggi stracolmo di bellezze), dai mille estrapolanti preziosismi, dalla richiesta di infaticabile agilità che raramente lascia le falangi tranquille.

Gluzman ha saputo mettere in atto la frenesia musicale del Concerto senza sforzi, senza macchie, contagiando le quiescenti e pacate anime degli astanti con le turbolenze sonore delle vibrazioni di quelle stupende corde, sollecitate da un archetto strepitoso, liberando un’energia a dir poco stratosferica e saturando ogni spazio auditivo con il suono di uno strumento semplicemente divino.

Difficile trattenere gli applausi al termine del primo movimento, attendendo la naturale conclusione, dopo la quale le scariche ininterrotte di consensi hanno gareggiato con la quantità di note appena eseguite.

Nella seconda parte, con i suoi perentori 52 colpi che martellano l’inizio del primo movimento, ben altro che un semplice “bussare del destino”, la Sinfonia n. 1 non è certo rassicurante e distensiva nel suo srotolarsi (a parte i tempi centrali), anzi lo stesso autore la indicava come ostica, difficile, non del tutto amabile, poco propensa all’idillio.

Una Sinfonia votata alla strenua aspirazione verso la perfezione con … “quel gigante (Beethoven, n.d.r.) che si ode marciare sempre dietro di sé”, come pare abbia dichiarato lo stesso Brahms, una sorta di esercizio ascetico verso un dominio formale di quell’ irruente ricchezza passionale di cui era intrisa la sua straripante personalità romantica.

Ben saldo e strutturato nel suo impianto formale, il lavoro ha potuto offrire un solido fianco per un’esecuzione decisa e efficace dell’Orchestra, convincentemente a proprio agio nei pur frequenti “trabocchetti” di chiaroscuri espressivi, ben gestiti dalla bacchetta di Kochanovsky, le cui prerogative direttoriali sono emerse anche da un gesto sobrio ed elegante, ma energico ed efficace.

Maurizio Pancotti